Aggrappati a un solido partito. La politica nella post democrazia

Per i partiti sospesi nella “strana” epoca Monti e nelle incognite del postberlusconismo, le prime pagine di ieri del Corriere della Sera e di Repubblica suonavano come un doppio allarme. Ernesto Galli della Loggia liquidava come “inutile” un sentimento piuttosto diffuso nell’ultimo anno, la nostalgia per la Prima Repubblica, e descriveva i partiti come “presi in una tenaglia”: fra l’impossibilità di far fallire Monti e la consapevolezza che il suo successo segnerebbe “l’inevitabile tramonto della loro forma attuale”. Di qui la necessità di cambiare in tutto.
19 AGO 20
Immagine di Aggrappati a un solido partito. La politica nella post democrazia
Per i partiti sospesi nella “strana” epoca Monti e nelle incognite del postberlusconismo, le prime pagine di ieri del Corriere della Sera e di Repubblica suonavano come un doppio allarme. Ernesto Galli della Loggia liquidava come “inutile” un sentimento piuttosto diffuso nell’ultimo anno, la nostalgia per la Prima Repubblica, e descriveva i partiti come “presi in una tenaglia”: fra l’impossibilità di far fallire Monti e la consapevolezza che il suo successo segnerebbe “l’inevitabile tramonto della loro forma attuale”. Di qui la necessità di cambiare in tutto: “Modo di essere” e “modo di governare”, modo di selezionare i dirigenti. Repubblica, con una doppia pagina monografica di Ilvo Diamanti, segnalava che solo un italiano ogni venticinque ha ancora fiducia nei partiti. E che il 48 per cento, dieci punti in più del 2008, ritiene che “una democrazia senza partiti sia impossibile”. Dati pessimi rispetto agli orientamenti – per ora più intellettuali che politici – che tanto il centrosinistra quanto il centrodestra hanno privilegiato nell’ultimo anno: solidificazione dei partiti contro le teorie della loro liquidità; aneliti rifondativi e nostalgici dei partiti “forti”, come testimonia il diluvio di citazioni dell’articolo 49; freno all’antipolitica. Consentire la delegittimazione dei partiti è stato “un errore”, ha riconosciuto Luciano Violante intervenendo, lo scorso novembre, a un convegno dedicato da ItalianiEuropei alla questione (“Il contributo dei partiti politici alla formazione dell’identità nazionale”), con Massimo D’Alema e Giuliano Amato. “Nei giorni di Tangentopoli, accecati dalla possibilità della vittoria perdemmo di vista la crisi di sistema. Abbiamo pensato di poter vedere passare i cadaveri dei nemici e non ci siamo accorti del pericolo”.
Anche il centrodestra, per ragioni diverse, va recuperando l’idea che i partiti siano da rafforzare. A Gaetano Quagliariello è molto piaciuto il libro di Riccardo Brizzi “L’uomo dello schermo. De Gaulle e la televisione” pubblicato nella scorsa primavera dal Mulino. Il motivo? “Fa capire che Berlusconi non è stato il primo. In Francia la mediatizzazione della politica c’è dalla fine degli anni 50. Semmai è l’Italia che è arrivata in ritardo, il boom berlusconiano era il segno di questo ritardo”, dichiara Quagliariello al Foglio. “Ora però la mediatizzazione estrema è una storia finita.

I nuovi media accorciano le distanze, recuperano un rapporto diretto tra leader e pubblico. I nuovi strumenti mediatici impongono un rafforzamento dei partiti”. La rete (la pagina Facebook di Alemanno pare sia molto frequentata) fa riflettere un altro giovane politologo nonché responsabile della Comunicazione del comune di Roma, Luigi Di Gregorio. “L’epoca dei partiti di massa è finita, però sì i nuovi media ci costringono a ripensare la loro forma”.

Nei giorni dell’ozio parlamentare, la politica si riattiva fuori dai palazzi, nella convegnistica, nel dibattito politologico nelle riviste e nelle scuole di formazione delle fondazioni, mai così tante e mai così concentrate sulla forma partito. Se il centrodestra si butta sulla sociologia della comunicazione, il centrosinistra punta sulla filosofia. Violante ha molto seguito il dibattito estivo tra MicroMega e Repubblica: pensiero debole versus neo-realismo, indirizzo molto in voga a sinistra dove si attende il convegno, a Bonn nei prossimi mesi, con Umberto Eco e John Searle. Fra Gianni Vattimo e Maurizio Ferraris, grande accusatore del fallimento del postmoderno e della deriva populista del pensiero debole, Violante sceglie il neo-realismo, convinto che si accompagni bene alla ricostruzione dei partiti. “La mostra del Victoria and Albert Museum sul postmoderno ne ha celebrato le esequie” aggiunge. “Abbiamo vissuto trent’anni di pensiero debole, di decostruzione della realtà, di primato dell’interpretazione, di un realismo che si identificava con la sostanziale immodificabilità del reale. Ora serve autenticità”. Sottintesa è l’equazione partito liquido-pensiero debole, partito solido-neo-realismo. La sinistra riscopre Hans Kelsen (“Solo l’illusione o l’ipocrisia può credere che la democrazia sia possibile senza i partiti politici”, sintetizza Violante). Kelsen campeggia sulla copertina del saggio Laterza di Luigi Ferrajoli “Poteri selvaggi”, e torna in quello di Marco Almagisti, politologo dell’Università di Padova “La qualità della democrazia” di Carocci.

L’ala meno partitista del Pd è più silenziosa, ma ugualmente riflessiva e soprattutto diffidente. Nel vagheggiamento dei partiti forti, nella celebrazione della democrazia consensuale contro quella maggioritaria vede l’attivismo neo proporzionalista dei fautori del modello tedesco in una insidiosa saldatura con gli ex dc. Il capofila dei referendari Arturo Parisi è alla testa dei diffidenti, irritato dal filone nostalgico delle mostre che hanno celebrato prima il Pci (by Ugo Sposetti, ex tesoriere dei Ds) e poi la Dc (by Pierluigi Castagnetti) proprio nel giorno della caduta di Berlusconi. “Ma poi nostalgia di che?”, osserva il politologo del Mulino Gianfranco Pasquino: “La Dc era già finita prima di Tangentopoli, il Pci fuori gioco dall’89”. L’area del Mulino resta a guardia del bipolarismo ma, dicono gli avversari, anche lì si vedono cambiamenti: secondo Almagisti, anche Angelo Panebianco e Luca Verzichelli hanno sfumature diverse rispetto al periodo in cui erano più attenti alle teorie della leadership. “Perfino Michele Salvati, che della rivista il Mulino è direttore, nel suo ultimo libro è passato dalla critica ai partiti a quella delle classi dirigenti in generale. Nessuno mette più in discussione la funzione di ancoraggio dei partiti. Certo a loro compete non farsi scalciare dai sindacati quanto a capacità di rappresentanza”.

A destra il dibattito ha risvolti ancora meno filosofici: in ballo c’è la sopravvivenza del Pdl. La sua solidificazione è una necessità abbastanza condivisa ancorché fonte di battaglia interna. Mai come negli ultimi mesi si è parlato tanto di tessere e congressi, di incompatibilità fra cariche di partito e ruolo di parlamentare. Gli ex ministri non ne vogliono sapere. “Sono pronti a fare i coordinatori provinciali pur di non essere esclusi dalla partita delle prossime candidature”, sussurrano gli insider. La prima volta senza Berlusconi sembra far preferire la democrazia dei partiti a quella, fin qui celebrata, degli elettori.